Fifty shades of STYLE

(EN). She usually wears black: basic t-shirt, comfortable trousers and white Adidas. Yet this petite woman, raised between Asia and New Zealand, goes straight to the point. From 2015 shows her collections in New York, a real pity for the Milan Fashion Week, and in spite of the defenseless air, she is a real lion. Claudia Li is so determined that even Forbes noticed her and put her in an elitist list of thirty young promises, strictly under 30, of art and style.

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AW 2018 Claudia Li Collection

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Her past as a “citizen of the world” is clearly visible in her fashion, which blends structured forms of oriental taste with soft and feminine volumes, closer to a western taste. Besides she herself admits that her past and art have greatly influenced her style. Her approach to prêt-à-porter is playful, with an interesting color palette that is renewed with unprecedented shades of season in season, but at the same time rigorous. It is not surprising to see soft draperies that embrace structured fabrics and unusual combinations of materials, in a kind of Yin-Yang style.

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Passionate about painting admits to prefer that the materials express themselves, rather than forcing them into cuts and dimensions stranger to them. The references to nature, dashed here and there, are never decorative elements used in the traditional sense, but rather evoke a concept of freedom. The prints become a graphic sign wisely calibrated, with the aim of arousing emotions rather than postponing to something concrete.

A graduate of Parsons, a diligent pupil of JW Anderson, she has showed to know how to work denim like silk, creating draperies that bend over themselves in an intricate maze of Origami. She reinvented the under-jacket thanks to the “sculpture-sleeves”, with a profusion of cuts reminiscent of petals of lilies. She reinterpreted the Obi, the traditional Japanese belt, in fury of bows and knots. She modeled the skin as if it was woven, drawing unpublished geometries; and added such subtle fringes as to look like the feathers of an exotic bird.

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The collars seem corollas, the shoulders resemble the armor of the Samurai, the proportions are experimental, but the fit is designed for everyday life. With Claudia Li the conceptual fashion of Yohji Yamamoto becomes concrete. It is difficult to say that Anderson’s influence and the experience at Haus of Gaga with Maxwell have determined this awareness, certainly a teaching has been applied rigorously by Claudia: to be kind and grateful to others. All the time.

www.claudia-li.com

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(IT). Di solito veste di nero: t-shirt basica, pantaloni comodi e Adidas bianche. Eppure questa donna minuta, cresciuta tra l’Asia e la Nuova Zelanda, va dritta al punto. Dal 2015 sfila a New York, un vero peccato per la settimana della moda milanese, e a dispetto dell’aria indifesa è un vero e proprio leone. Claudia Li è così determinata che persino Forbes si è accorto di lei e l’ha inserita in un’elitaria lista di trenta giovani promesse, rigorosamente under 30, dell’arte e dello stile.

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Un outfit della collezione AW 2018/19

I suoi trascorsi da cittadina del Mondo sono ben visibili nella sua moda, che fonde forme strutturate dal sapore orientale con volumi morbidi e femminili dal gusto occidentale. Del resto lei stessa ammette che il suo passato e l’arte hanno influenzato molto il suo stile. Il suo approccio al prêt-à-porter è giocoso, con una palette cromatica interessante che si rinnova con sfumature inedite di stagione in stagione, ma allo stesso tempo rigoroso. Non stupisce vedere drappeggi morbidi che abbracciano tessuti strutturati e combinazioni insolite di materiali, in una sorta di Yin-Yang dello stile.

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Appassionata di pittura ammette di preferire che i materiali esprimano se stessi, piuttosto che forzarli in tagli e dimensioni a loro estranei. I rimandi alla natura, tratteggiati qui e lì, non sono mai elementi decorativi usati in senso tradizionale, ma evocano piuttosto un concetto di libertà. Le stampe diventano così un segno grafico calibrato sapientemente, con lo scopo di suscitare emozioni piuttosto che rimandare a qualcosa di concreto.

Laureata alla Parsons, allieva diligente di JW Anderson, ha dimostrato di sapere lavorare il denim come fosse seta, creando drappeggi che si piegano su se stessi in un intricato labirinto di origami. Ha reinventato i sottogiacca grazie alle maniche-scultura, con una profusione di tagli che ricordano petali di gigli. Ha reinterpreatto l’Obi, la tradizionale cintura giapponese, a furia di fiocchi e nodi. Ha modellato la pelle come fosse tessuto, disegnando inedite geometrie, e aggiunto frange tanto sottili da sembrare le piume di un uccello esotico.

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I colli paiono corolle, le spalle ricordano le armature dei Samurai, le proporzioni sono sperimentali, ma la vestibilità è pensata per la vita di tutti i giorni. Con Claudia Li la moda concettuale di Yohji Yamamoto diventa concreta. Difficile dire quanto l’influenza di Anderson e l’esperienza presso Haus of Gaga con Maxwell abbiano determinato questa consapevolezza, di certo un insegnamento è stato applicato con rigore da Claudia: essere gentili e riconoscenti con il prossimo. Sempre.

www.claudia-li.com

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