Bellezza MALATA

Quando lo specchio ci restituisce un’immagine sbagliata. La Dottoressa Marzia Benvenuti ci spiega come bellezza e autostima si nutrano a vicenda. 

Il Disturbo di Dismorfismo Corporeo (DDC) è un disordine mentale caratterizzato dall’idea ossessiva che alcuni aspetti della propria immagine presentino dei gravi difetti o mancanze e che quindi richiedano delle misure eccezionali per essere nascosti o aggiustati.

Circa il 2.5% della popolazione mondiale, maschile e femminile, soffre di DDC, mentre le percentuali toccano punte del 10-15% tra i pazienti dermatologici e chi si sottopone a chirurgia estetica. Questo tipo di disturbo si sviluppa nel corso dell’adolescenza e le persone che ne sono affette vivono con forte disagio e tormento la loro immaginaria deformità.

Per vergogna arrivano a sviluppare comportamenti antisociali e atteggiamenti ossessivi, come lo specchiarsi per molte ore nell’arco di una giornata spinti dal desiderio ambivalente di fuggire da un’immagine che considerano poco attraente e allo stesso tempo di sistemarla; fino a comportamenti autolesionisti o aggressivi.

La sua diffusione è stata a lungo sottovalutata, i primi studi sistematici risalgono alla fine degli anni Ottanta. Non riuscendo a trovare una classificazione medica al loro disagio, molte persone per diverso tempo non hanno avuto accesso a un trattamento mirato come la psicoterapia.

L’approccio cognitivo-comportamentale si è rivelato particolarmente efficace nella gestione del DDC, in quanto volto a modificare la percezione distorta di sé e a risolvere quei conflitti interiori, e non esteriori, che sono la causa reale delle ansie e dell’insoddisfazione dei pazienti.

La Dott.ssa Marzia Benvenuti, Psicologa e Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, specializzata in terapia individuale e della coppia e nella psicoeducazione del Disturbo Bipolare, ci spiega come relazionarci con la nostra immagine, come trasformare i nostri difetti in alleati e a quali sintomi prestare attenzione.

Sul suo blog www.cronachediunabionda.com affronta con leggerezza temi importanti come le relazioni sociali e il ruolo giocato dall’immagine nella costruzione del “Sé”, l’ossessione per la bellezza e l’incapacità di provare empatia in un mondo sempre più egoriferito e parcellizzato.

 

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Dott.ssa Marzia Benvenuti

Buongiorno Marzia, vorrei parlare con te del rapporto con la nostra immagine. Intanto cosa è l’immagine?

L’immagine di Sé è il modo in cui noi ci vediamo.  E l’immagine di Sé è costruita sulla base delle proprie credenze e convinzioni, su caratteristiche sia positive che negative.

Come si forma la percezione che abbiamo della nostra immagine e verso che età?

L’idea che abbiamo di noi è una costruzione molto complessa, della quale non siamo nemmeno pienamente consapevoli. Diciamo pure che è incorporata nel nostro modo di agire di relazionarsi, di essere nel mondo. La Percezione di noi si fonda su cinque importanti aree della nostra vita quotidiana: “Sociale” (l’idea di sé in rapporto ad amici, persona amata colleghi, compagni etc.); “Scolastico-professionale” (sentirsi capaci o meno di raggiungere gli standard modellati dalla famiglia); “Familiare” (il grado in cui ci si sente un membro apprezzato, utile, amato); “Estetico-corporea” (aspetto esteriore e capacità fisiche possedute); “Intellettivo-culturale” (sensazione di avere delle abilità mentali e culturali adeguate e valorizzate nel proprio ambiente). Si costruisce a poco a poco, dal giorno della nostra nascita, e può essere cambiata consciamente e inconsciamente.

Si tratta di una percezione puramente soggettiva oppure ha dei riscontri oggettivi?

Non sempre la gente pensa di te la stessa cosa che noi ci immaginiamo che pensi. In pratica già la semplice idea di noi stessi condizionerà il nostro comportamento in modo tale da “autoconfermare” l’idea stessa. È il così detto effetto di Profezia avverata.

coccinella-desigual2.jpgQuali sono i fattori che la rinforzano in modo positivo e quali invece quelli che hanno un effetto negativo?

Non ci sono fattori specifici tutto dipende dall’autostima che uno possiede e come si vede nel mondo rispetto agli altri.

Analizziamo un po’ la relazione tra immagine e autostima. Come si influenzano a vicenda?

L’autostima per definizione si intende il senso soggettivo e duraturo del proprio valore personale basato su  autopercezioni. Il rapporto è tra il nostro modo di percepire noi stessi (sé percepito) e quello ideale. Spesso accade che via sia una discordanza tra ciò che siamo e quello che vorremmo essere, dovuta a una grande differenza fra ciò che sentiamo di essere e i nostri desideri in merito a noi stessi. Ad esempio, se mi percepisco come una brava studentessa, e questo corrisponde anche al mio ideale, allora la mia autostima sarà alta. Se invece fallisco o alcune volte non sono brava, ma il mio ideale rimane sempre lo stesso, la mia autostima può essere negativa. Questo dimostra che non è necessario essere migliori o sentirsi superiori. Per avere una buona autostima è sufficiente accettarsi.

heart-316630_1280.jpgLavorare sull’immagine può aiutare la nostra autostima?

Avere la stima di sé stessi è un buon punto di partenza di tutte le realizzazioni. Se non siamo in grado di innamorarci di noi stessi come puoi amare gli altri? Una delle cose fondamentali è come ti parli. Questo atteggiamento dipende da cosa pensiamo di noi, da quello che ci hanno detto o insegnato o trasmesso geneticamente.

Come possiamo concretamente migliorare la consapevolezza di noi stessi e il valore che ci attribuiamo?

In generale è più facile notare le cose negative di quelle positive questa è la tendenza. Concentrandosi su i problemi e su quello che non va, il risultato è che c’è un’influenza della valutazione del proprio sé. Per aumentare l’autostima di una persona è necessario agire su due variabili quella comportamentale e cognitiva, cercando di acquisire una buona capacità di comprensione interpersonale. Con questo si vuole indicare il processo attraverso cui si arriva a comprendere il punto di vista altrui, le emozioni e la percezione. Questo è importante perché il concetto di sé deriva da ciò che gli altri pensano di noi ed è parte integrante della conoscenza di sé.

Quali atteggiamenti invece dovremmo cercare di evitare o almeno limitare?

È importante non attribuire troppo peso alle nostre insicurezze, paure, anche perché si tende a credere che le proprie azioni siano notati e giudicati dagli altri in maniera largamente superiore a quanto avviene in realtà. Altra tendenza comune è quella di spiegare il comportamento in termini di carattere e personalità, sottostimando le proprie capacità e abilità, rischiando così di attribuire sistematicamente le esperienze negative ad esse. È quindi fondamentale mettere in discussione il concetto stesso di NOI. Spesso è generato da scorciatoie automatiche, pensieri, “errori cognitivi”, che ci fanno allontanare dall’obiettività di giudizio. Il trarre conclusioni su di sé senza prove ufficiali, ma solo su sensazioni, ci conduce verso continui circoli viziosi. In pratica più siamo pessimisti più le cose andranno male. La Legge di Murphy.

beautiful-1867431_1920.jpgQuelli che consideriamo come difetti potrebbero invece diventare elementi “valorizzanti” e aiutarci a differenziarci dagli altri?

Certo che SI! Per prima cosa chiedersi come ci vediamo? Cosa pensiamo di Noi? E poi quanto siamo capaci di accettare i nostri difetti e limiti. Spesso sono proprio l’insieme delle nostre caratteristiche a renderci forti e ad aumentare la visione positiva di noi stessi.

A chi possiamo chiedere consiglio per migliorare e potenziare il nostro valore?

In taluni casi l’autostima bassa o una distorta immagine di sé, anche a livello corporeo, possono essere dei sintomi di disturbi molto più complessi, in quel caso occorre rivolgersi ad un terapista, proprio per ristrutturare il pensiero cognitivo, inserendo una nuova alternativa allo scenario. È vero anche che ci sono persone che passano una vita senza rivolgersi a nessuno, questo dipende da quanto quel problema invade la propria sfera e il funzionamento della vita quotidiana.

 

 

 

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